martedì 22 gennaio 2013


Flickr e le foto belle
Una volta usavamo Flickr. Lo usiamo ancora, però meno. Flickr a quei tempi era tanto figo da meritarsi i soldi del nostro account Pro. Glieli diamo volentieri anche oggi, però meno. Le nostre foto belle stanno ancora su Flickr ma noi non ne scattiamo quasi più. La fotocamera pesa, abita (la mia) lontano dalla rete: così le foto escono ora più spesso dal telefono, passano da Hipstamatic o Instagram e vanno on line. Sono meno belle, meno grandi, più quadrate. Quelle scattate di notte sgranano e non si capisce molto, in compenso arrivano subitissimo. Forse (di sicuro) domani non le potrò stampare ma due secondi dopo averle scattate sono dove voglio che siano. Voi li sentite su Internet i lamenti dei fotografi di foto belle e degli amatori orripilati? Io li sento, urlano le loro molte ragioni. Non è colpa loro se la mia fotocamera resta sempre più spesso nel cassetto e se le foto che scatto sono sempre meno belle.
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Una volta, molto tempo fa, c’era il giradischi, il vinile, la puntina. E casse di legno dai woofer neri. Piccole, nascoste fra i volumi della libreria , oppure grandi, ad arredare il salotto. Senza ammalarsi di audiofilia (malattia quasi innocua di gente che osserva da vicino semplici fili elettrici placcati oro) la musica allora suonava bene. Quando i dischi erano vecchi e molto usati erano loro stessi a farcelo sapere. Poi sono arrivati i CD, le canzoni si sono fatte digitali, dentro custodie di plastica trasparente . Dal CD, di cui era complicato innamorarsi, al formato mp3 il passo è stato lungo (qualche lustro) ma tutto sommato naturale. Perso per perso, freddezza per freddezza, meglio estrarre l’anima della brutta musica digitale e separarla dal supporto. L’mp3 di suo ha scatenato grandi bulimie: Napster e Kazaa, giga e giga di file mai ascoltati si sono accatastati dentro l’hard disk. Ti piace la canzone del tale? Eccoti l’intera trentennale discografia in comodo formato compresso. Poi ci si chiede come mai i discografici hanno fatto come le formiche. Giusto il tempo di imbottire gli hard disk di mp3 mai ascoltati e la musica è cambiata ancora: fine del possesso, rinuncia al fascino novecentesco e borghese per approdare al juke box celestiale. Musica sempre digitale – certo – ma questa volta di nessuno, appoggiata sulla nuvola. Di che nuvole parlo, dici? Non importa. Guardo mia figlia assorta di fronte a Youtube e dopo un istante nella stanza si sparge tutta la musica del mondo suonata male. Sembra un titolo di Gipi. A lei però non importa.
I libri pesanti
Una volta leggevamo i libri pesanti. Abbiamo fatto in tempo a riempire la casa. Li abbiamo ordinati in alte librerie Ikea finto faggio. I libri di Adelphi, che erano belli, li abbiamo ordinati seguendo l’arcobaleno dei pastello, gli altri li abbiamo aggiunti con una casualità che fa molto intellettuale svagato. Li abbiamo amati e coccolati come figli nostri, prestati malvolentieri, controllati la sera prima di dormire, mentre le loro pagine ingiallivano, i dorsi si caricavano di polvere e il truciolato polacco di Billy fletteva come natura comanda. Abbiamo continuato a leggere. Quasi al punto di poterci permettere una libreria seria sono arrivati Kindle, iPad, Kobo e i suoi fratelli. La cellulosa come il vinile, supporti di un mondo in chiusura, la parabola, oggi ancora alta, del grammofono fra vent’anni. L’odore della carta, la pellicola fotografica, il fascino della puntina: l’affetto e la complicità con le cose della nostra vita che non riusciamo ad immaginare lontane da noi.
Fine.
E lontano invece ci andranno, come accade sempre.
Massimo Mantellini, "Il Post" 

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