sabato 1 settembre 2012


37

“La vita è un percorso che si allontana dalla perfezione per avvicinarsi alla felicità”.
Era tutto il giorno che Chiara rifletteva su questa frase. L’aveva letta in un cartellone pubblicitario mentre si dirigeva verso scuola. Per quanto si impegnasse non riusciva a coglierne l’essenza. Quella frase, quelle parole, le erano rimaste impresse come una cicatrice involontaria.
Chiara aveva trascorso tutto il pomeriggio da sola, chiusa in camera a fissare il muro bianco, vuoto, ripulito da ogni segno reale, proprio come lei.
Erano settimane, mesi che non usciva. Era trascorso talmente tanto tempo che quantificarlo era quasi impossibile. Nemmeno ricordava più l’ultima volta che era uscita con Sara e Gio, le sue migliori amiche. Una volta, il sabato era il loro giorno, non esisteva scusa per tirarsi indietro: appena finito scuola si trovavano tutte da Mario, il gestore del bar vicino alla stazione, un panino al volo e poi via, spensierate come solo tre ragazzine di 14 anni sanno essere. Il pomeriggio trascorreva rapido tra risate, shopping e qualche peccato di gola.
Le cose ora però sono molto cambiate. Se si guardano gli occhi di Chiara non si vede più la spensieratezza e la felicità di un tempo, ma un enorme senso di vuoto, di distacco. Il suo sorriso si è spento e con esso anche la voglia di divertirsi, di amare e di essere amata: Chiara ha perso la voglia di vivere.
Erano già le sette di sera e i suoi genitori non erano ancora rientrati, lei era ancora seduta sul pavimento freddo della sua stanza a fissare quel muro in maniera ossessiva desiderando una sola cosa: scomparire, annullarsi, essere dimenticata da tutti e da tutto… la cosa peggiore è che ci stava riuscendo.
Erano passati più o meno sei mesi da quando aveva deciso di smettere di vivere, di torturarsi, di uccidersi lentamente, erano passati 24 chili di vita.
Si sentiva in un labirinto, non vedeva vie di fuga, ma nemmeno le voleva trovare. I dolori si facevano sempre più forti, la concentrazione era del tutto inesistente e una sottile peluria era iniziata a crescere sul suo volto come se il suo corpo cercasse di difendersi da solo. Tutto questo veniva però annullato quando vedeva quell’etto perso. Per lei era una piccola vittoria e un passo in più verso la sua “perfezione”.
Per lei i giorni trascorrevano tutti uguali. I suoi compagni di scuola a volte la chiamavano anoressica, “pelleossa”,  ragazza scheletrica ma lei non si riconosceva in tutto questo. Lei non si vedeva né magra né grassa: lei non si vedeva, non si considerava.
Quando qualcuno le parlava cercava sempre di abbassare lo sguardo, si vergognava di se stessa, il confronto diretto le faceva paura, si sentiva impotente, piccola e debole.
In tutti questi mesi solamente lei le era sempre rimasta vicina, solamente lei le dava la forza di andare avanti in questa missione disperata, solamente lei sapeva regalarle alcuni momenti di felicità: la bilancia. Chiara si pesava mille volte al giorno, ogni volta che mangiava, anche solamente una mela  e correva in bagno per vedere se il suo peso era aumentato anche di un solo etto.
La bilancia era diventata una parte di lei, l’unica che riusciva a capirla, l’unica che non esprimeva giudizi.
Il tempo passava, i chili scendevano etto dopo etto. Calcolava ogni caloria che assumeva, le conteggiava, sapeva i valori nutrizionali di ogni alimento. Con il tempo aveva imparato anche qualche trucco per evitare le solite domande: ma non hai mangiato? Perchè non mangi nemmeno oggi? Prima che arrivassero i suoi genitori Chiara lasciava confezioni di cibo ovunque per far vedere che le aveva consumate, in questo modo i suoi non si sarebbero mai preoccupati. Quando i dolori erano talmente lancinanti si concedeva qualche grammo di frutta secca ma poi rimediava allo sgarro con dei lassativi.
Vanessa e Pietro, i genitori di Chiara, erano due persone affermate nel loro lavoro: gestivano una società di assicurazioni. Erano sempre presi dal lavoro e raramente si potevano concedere una giornata di riposo. Troppo impegnati per accorgersi che la loro figlia stava scomparendo.
Un pomeriggio Chiara stava navigando su Internet per terminare una ricerca scolastica quando, accidentalmente, entrò in una pagine la quale aveva colpito la sua attenzione.
Pagine e pagine di commenti, sfoghi, consigli e pareri sull’anoressia .Spesso aveva sentito parlare di questo disturbo alimentare alla televisione, ma non si era mai resa conto che quel problema la riguardasse in prima persona. Leggendo quelle righe si rese conto che in quelle pagine non c’erano solo i racconti di ragazze malate, ma c’era lei, la sua vita, la sua insoddisfazione… c’era la sua malattia.
In quel momento si rese conto di non essere sola, ma soprattutto si rese conto di essere ammalata.
Cominciò a piangere come da molto, troppo tempo non succedeva, lei considerava il pianto come un segno d’ insicurezza e fino a quel momento si era sentita sicura, determinata. Piangere era un modo per chiedere aiuto e lei, l’aiuto non lo voleva.
S’identificò in tutti quei racconti: racconti di sofferenza, di lotte, di paure ma anche racconti di persone che ce l’avevano fatta, che avevano ricominciato a vivere. Proprio in uno di questi lesse una domanda che la colpì: perché vuoi morire?
Un lieve sorriso si formò sul suo ingenuo e scheletrico viso: un sorriso di speranza, di paura. Un sorriso di chi ha ancora voglia di vivere, un sorriso di chi ha capito, di chi ha sofferto, ma un sorriso di chi ce la vuole fare. Si alzò, andò alla finestra, spostò leggermente la tenda e vide uno splendido sole che la fece sentire protetta, avvolta da un calore che da tanto, troppo tempo non sentiva.
Si accorse che per lei era ancora tempo di vivere. La vita era ancora tanto distante da lei. Aveva bisogno di tanto coraggio, ma quel coraggio lo poteva trovare solamente dentro di sé.
Chiara andò in bagno, si pesò per l’ultima volta: 37 chili. Prese la bilancia, sorrise e la gettò.
Le venne in mente quella frase: “la vita è un percorso che si allontana dalla perfezione per avvicinarsi alla felicità” e finalmente la comprese.

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