venerdì 20 luglio 2012



Ciao a tutti! Confesso che mi trovo abbastanza in imbarazzo. Non ho mai tenuto un blog dove poter scrivere tutto quello che mi passa per la testa e dove poter condividere le mie idee, i miei sentimenti e le mie paure con qualcuno di cui non conosco l'identità. Confesso tuttavia che tutto ciò mi affascina molto.
Devo però essere sincera fin dal principio. 
Cari lettori, se per caso vi imbattete in questo mio "spazio" non aspettatevi di trovare racconti estremi ed incredibili: sono una ragazza abbastanza abitudinaria e con una vita che a volte può apparire monotona. Adoro leggere libri, ho appena terminato la lettura de "La cattedrale del Mare" di Facones Ilefonso, un libro che da quanto è vero mi ha fatto svenire durante la descrizione della fustigazione di una schiava da parte del suo padrone, e mi diletto nella fotografia. La passione c'è, è la tecnica che manca! Poco meno di un anno fa ho acquistato, grazie all'aiuto dei mie genitori, una Nikon D5100 - gran macchina, ma non chiedetemi nulla di tecnico su di essa. A volte mi stupisco da sola su come riesca a fare delle discrete fotografie pur non conoscendo nulla del suo funzionamento. 
Ah, quasi dimenticavo. Ogni tanto mi prende il pallino della scrittura. Più che una passione a volte è una necessità. Avete in mente quando avete talmente tanti pensieri in testa e non riuscite a dare una priorità a nessuno di essi? Ecco.. quando mi accede, IO SCRIVO.
Buona lettura...

Sulle note dei ricordi
Mi accesi una sigaretta. Dalla stanza accanto sentivo le note malinconiche di “Wonderful Tonight” di Eric Clapton. Una canzone semplice, apparentemente banale I say my darling, you were wonderful tonight,
Oh my darling, you were wonderful tonight –  ma che ha fatto sognare e ballare milioni d’ innamorati. Sognare, sperare, immedesimarsi protagonisti di film immaginari è la nostra linfa, anche se la maggior parte delle volte i nostri film non si realizzano mai, o al massimo, si fermano al trailer.                                                                                                                                                   E’ una sera d’inverno, non ricordo se è il 15 o 16 dicembre: sono tre giorni che non esco di casa. Fuori scende una neve compatta, che si depone prepotente a terra, come se volesse cancellare ogni traccia del passato. Un passato che, forse, non è mai esistito. Immagino di tuffarmici dentro con un salto carpiato da far invidia ad una sportiva professionista. Un salto carpiato, una sportiva, io? Manca solo il caminetto acceso, qualche candela e l’atmosfera sarebbe perfetta per una serata a due. Nel pomeriggio ho persino cucinato i biscotti, e in tutta casa regna un vero profumo di famiglia. Ma lui non c’è. Mi dirigo a stento verso la cucina continuando a fissare i fiocchi cadere. Provo a seguirne la traiettoria, sbarrando gli occhi e cercando di non sbattere le palpebre per non perdermi nemmeno un istante del loro viaggio, ma non ci riesco. Mi intristisco un po’. Ho sempre amato il caldo, riconosco però che un raggio di sole non potrà mai creare l’atmosfera surreale di un’abbondante nevicata. Scrutando l’orizzonte intravedo un piccolo animale, forse una volpe, sgambettare in quella bianca distesa disarmante. La mente vola ai Belle and Sebastian con la loro “Fox In The Snow”: faccio mente locale su dove avrò il loro disco, l’ordine non è mai stato il mio forte. Mi rassegno. La intono mentalmente. Guardando quella bestiolina costretta a dei salti disumani per non sprofondare nella neve inizialmente provo pena per lei, quasi tenerezza, ma poi un sentimento di rabbia ed invidia mi invade. Sale involontariamente dentro me come il rossore causato dall’imbarazzo. La sigaretta è finita. Mi allungo per spegnerla nel posacenere a fianco alla stufa. L’atmosfera attorno a me improvvisamente si tinge di nostalgia grazie a Tracy Chapman, una delle più intense e raffinate cantautrici afroamericane viventi: adoro la sua musica. Programmi per la serata non ne ho: la solitudine non ha mai rappresentato un problema per me, ma da quel giorno era diventata una trappola senza via d’uscita, degna di essere paragonata al Labirinto fatto costruire dal Re Minosse sull'Isola di Creta, per imprigionare il tanto temuto Minotauro. Abituata a pianificarmi la vita, abituata a non avere un momento libero per me passai, nel giro di pochi giorni, o forse chissà, anni, da delle giornate occupate a delle giornate da occupare. Questo creava in me un senso d’angoscia e d’inquietudine. Il vecchio orologio a pendolo di mia nonna segnava le 22.00, ma chissà se era giusto. Mi blocco. Eccolo, il ricordo che credevo d’aver perso: io e lui, il mio lui, abbracciati in quel divano scomodissimo a progettare la nostra prossima vacanza. Lui aveva quello che a me mancava, aveva la forza di spronarmi a viaggiare, a vivere. Stavamo talmente bene insieme che a volte dimenticavo che la vita, il futuro lo dobbiamo progettare da soli. Puoi incontrare delle persone che casualmente vanno nella tua stessa direzione e agevolarti così quel tratto di strada, grazie a loro puoi conoscere posti che nemmeno immaginavi, ed emozioni di cui non conoscevi l’esistenza, ma non bisogna mai contare troppo sulla loro presenza. Le diramazioni, gli incroci sono troppi per delle persone con dei sogni. Sono passati all’incirca due anni da quel maledetto giorno. I ricordi non sono ancora nitidi, la dinamica di quell’incidente mi è ancora oscura. Ricordo perfettamente però le parole che utilizzò mia madre per raccontarmi l’accaduto: lo scontro è stato tremendo, il conducente del TIR si è preso tutta la colpa, nemmeno lui sa come sia potuto succedere. Sei stata una settimana in coma, ho avuto così tanta paura sai, ora grazie a Dio ti sei svegliata – incredula di quello che mi stava dicendo, cercavo di ricomporre quei pochi tasselli che avevo a disposizione - leggevo nei suoi occhi lucidi però che non era tutto. Era riuscita a pronunciare quelle parole cosi dolorose, ma tremendamente reali. Ma a me non bastava, volevo sapere tutto, tutto. Improvvisamente un pensiero mi balenò nella mente: lui. Ero talmente concentrata a vivere di lui, a vivere per lui che prima di chiederle qualsiasi altra cosa sulle mie condizioni fisiche volevo sapere perche il mio lui non era li a rincuorarmi, a stringermi la mano, a darmi forza. Mia madre mi guardò come solo una madre sa fare, chinò il capo per evitare il mio sguardo speranzoso, e mi diede la notizia peggiore che mi potesse dare. Il mondo mi crollò addosso. Non mi sentii abbandonata, ne tantomeno arrabbiata per l’accaduto, semplicemente smisi di reagire a tutto. Avevamo ancora così tanti sogni da realizzare. Il nostro tratto di strada insieme non può essere stato così breve. Il pendolo ora segnava le 23.30, come al solito mi ero persa nei ricordi. Da piccola mi piaceva paragonare i ricordi ai calzini. Nella mia cameretta avevo una cassetta dove li tenevo tutti ammassati, l’uno accanto all’altro. Inevitabilmente però, finivo con il prendere sempre gli stessi: i più morbidi erano più pratici da prendere, quelli vecchi invece si nascondevano sempre, e per prenderli dovevo mettere da parte gli altri. Così con i ricordi: sono tutti vicini, ma preferiamo sempre prendere i primi, quelli più belli, lasciando i più dolorosi o scomodi  in fondo al cassetto. Qualche lacrima mi riga il volto. Forse era il caso di andare a letto. Quel letto cosi enorme senza di lui. Spingendo a fatica la sedia a rotelle andai nell’altra stanza. Spensi lo stereo, non prima però di aver aspettato la fine di “My Best Was Never Good Enough” di Bruce Springsteen: la nostra canzone. Quelle note, solo quelle note riuscivano a farmi abbandonare ancora a lui. Lo sentivo: non era solo un ricordo. Stava ballando con me.