sabato 8 dicembre 2012

Per Natale non chiedo nulla, non sono una persona di grosse pretese, o almeno, non lo sono più. L'unica cosa di cui avrei veramente bisogno è trasformare la mia mente in una lavagna: di quelle magnetiche che usavamo da piccoli, dove bastava trascinare il cancellino per resettare tutto e ripartire da zero. 

sabato 1 dicembre 2012

Quando sei in ballo...balli, c'è poco da fare. Ma dopo aver ballato tanto, per quanto il ritmo e la compagnia ti piacessero, la stanchezza ad un certo punto prende il sopravvento e il bisogno di fermarsi, di riprendere fiato e di distaccarsi da quel vortice d'emozioni si fa impellente. La sensazione è strana: abituato a farti trasportare dalla musica ritrovarsi a dover valutare ogni singolo passo,
 da solo, è spiazzante. Dopo un primo periodo di adattamento tuttavia capisci che, in fondo, non è così male non essere il protagonista per una volta. Confondersi tra il pubblico non sarà appagante ma ha sicuramente i suoi lati positivi. In fondo a te però, sai benissimo che quello non è il tuo posto. Il tuo posto è li, a volteggiare spensierato sulle ali della musica. Magari cambiando passo, musica e prese ma
la domanda a quel punto nasce da sola: e se ora, volessi ricominciare a ballare come un tempo?

giovedì 29 novembre 2012

Non capisci quando cerco in una sera 
un mistero d' atmosfera che è difficile afferrare, 
quando rido senza muovere il mio viso, 
quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare, 
quando sogno dietro a frasi di canzoni, 
dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà...


.. è difficile capire se non hai capito già... 

F.Guccini

Giulia Debertolis on About.me!

http://about.me/giuliadebertolis

mercoledì 28 novembre 2012

I don't care if it hurts 
I want to have control 
I want a perfect body 
I want a perfect soul 
I want you to notice 
When I'm not around 
You're so fuckin' special 
I wish I was special...

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=pp95olCn3lY#at=58

giovedì 22 novembre 2012


Tienimi per mano al tramonto,
quando la luce del giorno si spegne e l'oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle...
Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto...
Tienimi per mano... portami dove il tempo non esiste...
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano... nei giorni in cui mi sento disorientata...
cantami la canzone delle stelle dolce cantilena di voci respirate...
Tienimi la mano, e stringila forte prima che l'insolente fato possa portarmi via da te...
Tienimi per mano e non lasciarmi andare... mai...
-Herman Hesse-

domenica 11 novembre 2012

Prendetevi il tempo di giocare, 
è il segreto dell'eterna giovinezza.
Prendetevi il tempo di ridere, 
è la musica dell'anima.
Prendetevi il tempo di leggere, 
è la fonte del sapere.
Prendetevi il tempo d'essere calmi, 
è la condizione del successo.
Prendetevi il tempo di pensare, 
è l'origine dell'azione.
Prendetevi il tempo d'essere buoni, 
è la strada per essere felici.
Prendetevi il tempo di donare, 
la vita è troppo breve per essere egoisti.
Prendetevi il tempo di lavorare, 
è il prezzo del successo.
Prendetevi il tempo di amare e di essere amati, 
è la ragione per vivere.
Prendetevi il tempo di pregare, 
è la forza sulla terra.

venerdì 9 novembre 2012

Sorrisi


...soffiò, con delicatezza, la polvere che si era accumulata sul libro e
 lo aprì con estrema sicurezza nella parte centrale.
Guardandomi, sorrise.
Con voce tremante iniziò a leggere il primo verso.
Seguivo ogni suo minimo movimento.
Guardandolo, sorrisi.
Pendevo dalle sue labbra.
Mi stavo nutrendo di parole...
e di lui.
Stavamo viaggiando insieme
..con la fantasia.

G.D.


domenica 4 novembre 2012

                                          

Cari mamma e papà,
tante, troppe sono le parole che vorrei dirvi e condividere con voi in questo giorno speciale.

Potrei iniziare con il raccantarvi degli aneddoti divertenti o elencare tutte le vostre qualità delle quali vado fiera ma credo che il modo più efficacie per dimostrarvi quanto io vi voglia bene sia quello di pronunciare un vero e sentito GRAZIE.

Grazie per i bellissimi ricordi che custodirò, per sempre, nel mio cuore...
per i sorrisi che mi avete regalato...
per tutte le volte che mi avete dato la vostra spalla su cui piangere e per le lacrime che amorevolmente mi avete asciugato...
per avermi fatto credere e convincere, guardandovi ogni giorno, che l'amore vero esiste..
per avermi trasmesso il vero significato della parola famiglia…
per tutte le opportunità, che con sacrificio, mi avete e mi state dando… ma soprattutto vi voglio ringraziare per credere in me, ogni giorno!



Per tutto questo e per mille altri motivi...dal profondo del mio cuore...
GRAZIE!!!!

Vi voglio bene
Giulia

mercoledì 10 ottobre 2012

È strano, ma ognuno di noi nella propria vita tocca un apice. Una volta raggiunto, non può che scendere. Nessuno però sa dove sia il proprio apice. La linea di confine può presentarsi all'improvviso, quando si crede di essere ancora al sicuro. Nessuno lo sa. Alcuni possono raggiungere quel culmine a dodici anni. Da quel momento in poi la loro vita scorrerà nel più monotono tran tran. Alcuni continuano a salire fino alla morte. C'è chi muore nel suo massimo splendore. Molti poeti e musicisti hanno vissuto in modo febbrile e sono morti a trent'anni per aver bruciato traguardi troppo in fretta. Picasso a ottant'anni passati realizzava ancora quadri pieni di vigore, ed è morto serenamente senza sperimentare il declino. È impossibile conoscere il proprio destino senza averlo percorso fino in fondo.

H.M.

sabato 1 settembre 2012


37

“La vita è un percorso che si allontana dalla perfezione per avvicinarsi alla felicità”.
Era tutto il giorno che Chiara rifletteva su questa frase. L’aveva letta in un cartellone pubblicitario mentre si dirigeva verso scuola. Per quanto si impegnasse non riusciva a coglierne l’essenza. Quella frase, quelle parole, le erano rimaste impresse come una cicatrice involontaria.
Chiara aveva trascorso tutto il pomeriggio da sola, chiusa in camera a fissare il muro bianco, vuoto, ripulito da ogni segno reale, proprio come lei.
Erano settimane, mesi che non usciva. Era trascorso talmente tanto tempo che quantificarlo era quasi impossibile. Nemmeno ricordava più l’ultima volta che era uscita con Sara e Gio, le sue migliori amiche. Una volta, il sabato era il loro giorno, non esisteva scusa per tirarsi indietro: appena finito scuola si trovavano tutte da Mario, il gestore del bar vicino alla stazione, un panino al volo e poi via, spensierate come solo tre ragazzine di 14 anni sanno essere. Il pomeriggio trascorreva rapido tra risate, shopping e qualche peccato di gola.
Le cose ora però sono molto cambiate. Se si guardano gli occhi di Chiara non si vede più la spensieratezza e la felicità di un tempo, ma un enorme senso di vuoto, di distacco. Il suo sorriso si è spento e con esso anche la voglia di divertirsi, di amare e di essere amata: Chiara ha perso la voglia di vivere.
Erano già le sette di sera e i suoi genitori non erano ancora rientrati, lei era ancora seduta sul pavimento freddo della sua stanza a fissare quel muro in maniera ossessiva desiderando una sola cosa: scomparire, annullarsi, essere dimenticata da tutti e da tutto… la cosa peggiore è che ci stava riuscendo.
Erano passati più o meno sei mesi da quando aveva deciso di smettere di vivere, di torturarsi, di uccidersi lentamente, erano passati 24 chili di vita.
Si sentiva in un labirinto, non vedeva vie di fuga, ma nemmeno le voleva trovare. I dolori si facevano sempre più forti, la concentrazione era del tutto inesistente e una sottile peluria era iniziata a crescere sul suo volto come se il suo corpo cercasse di difendersi da solo. Tutto questo veniva però annullato quando vedeva quell’etto perso. Per lei era una piccola vittoria e un passo in più verso la sua “perfezione”.
Per lei i giorni trascorrevano tutti uguali. I suoi compagni di scuola a volte la chiamavano anoressica, “pelleossa”,  ragazza scheletrica ma lei non si riconosceva in tutto questo. Lei non si vedeva né magra né grassa: lei non si vedeva, non si considerava.
Quando qualcuno le parlava cercava sempre di abbassare lo sguardo, si vergognava di se stessa, il confronto diretto le faceva paura, si sentiva impotente, piccola e debole.
In tutti questi mesi solamente lei le era sempre rimasta vicina, solamente lei le dava la forza di andare avanti in questa missione disperata, solamente lei sapeva regalarle alcuni momenti di felicità: la bilancia. Chiara si pesava mille volte al giorno, ogni volta che mangiava, anche solamente una mela  e correva in bagno per vedere se il suo peso era aumentato anche di un solo etto.
La bilancia era diventata una parte di lei, l’unica che riusciva a capirla, l’unica che non esprimeva giudizi.
Il tempo passava, i chili scendevano etto dopo etto. Calcolava ogni caloria che assumeva, le conteggiava, sapeva i valori nutrizionali di ogni alimento. Con il tempo aveva imparato anche qualche trucco per evitare le solite domande: ma non hai mangiato? Perchè non mangi nemmeno oggi? Prima che arrivassero i suoi genitori Chiara lasciava confezioni di cibo ovunque per far vedere che le aveva consumate, in questo modo i suoi non si sarebbero mai preoccupati. Quando i dolori erano talmente lancinanti si concedeva qualche grammo di frutta secca ma poi rimediava allo sgarro con dei lassativi.
Vanessa e Pietro, i genitori di Chiara, erano due persone affermate nel loro lavoro: gestivano una società di assicurazioni. Erano sempre presi dal lavoro e raramente si potevano concedere una giornata di riposo. Troppo impegnati per accorgersi che la loro figlia stava scomparendo.
Un pomeriggio Chiara stava navigando su Internet per terminare una ricerca scolastica quando, accidentalmente, entrò in una pagine la quale aveva colpito la sua attenzione.
Pagine e pagine di commenti, sfoghi, consigli e pareri sull’anoressia .Spesso aveva sentito parlare di questo disturbo alimentare alla televisione, ma non si era mai resa conto che quel problema la riguardasse in prima persona. Leggendo quelle righe si rese conto che in quelle pagine non c’erano solo i racconti di ragazze malate, ma c’era lei, la sua vita, la sua insoddisfazione… c’era la sua malattia.
In quel momento si rese conto di non essere sola, ma soprattutto si rese conto di essere ammalata.
Cominciò a piangere come da molto, troppo tempo non succedeva, lei considerava il pianto come un segno d’ insicurezza e fino a quel momento si era sentita sicura, determinata. Piangere era un modo per chiedere aiuto e lei, l’aiuto non lo voleva.
S’identificò in tutti quei racconti: racconti di sofferenza, di lotte, di paure ma anche racconti di persone che ce l’avevano fatta, che avevano ricominciato a vivere. Proprio in uno di questi lesse una domanda che la colpì: perché vuoi morire?
Un lieve sorriso si formò sul suo ingenuo e scheletrico viso: un sorriso di speranza, di paura. Un sorriso di chi ha ancora voglia di vivere, un sorriso di chi ha capito, di chi ha sofferto, ma un sorriso di chi ce la vuole fare. Si alzò, andò alla finestra, spostò leggermente la tenda e vide uno splendido sole che la fece sentire protetta, avvolta da un calore che da tanto, troppo tempo non sentiva.
Si accorse che per lei era ancora tempo di vivere. La vita era ancora tanto distante da lei. Aveva bisogno di tanto coraggio, ma quel coraggio lo poteva trovare solamente dentro di sé.
Chiara andò in bagno, si pesò per l’ultima volta: 37 chili. Prese la bilancia, sorrise e la gettò.
Le venne in mente quella frase: “la vita è un percorso che si allontana dalla perfezione per avvicinarsi alla felicità” e finalmente la comprese.

venerdì 20 luglio 2012



Ciao a tutti! Confesso che mi trovo abbastanza in imbarazzo. Non ho mai tenuto un blog dove poter scrivere tutto quello che mi passa per la testa e dove poter condividere le mie idee, i miei sentimenti e le mie paure con qualcuno di cui non conosco l'identità. Confesso tuttavia che tutto ciò mi affascina molto.
Devo però essere sincera fin dal principio. 
Cari lettori, se per caso vi imbattete in questo mio "spazio" non aspettatevi di trovare racconti estremi ed incredibili: sono una ragazza abbastanza abitudinaria e con una vita che a volte può apparire monotona. Adoro leggere libri, ho appena terminato la lettura de "La cattedrale del Mare" di Facones Ilefonso, un libro che da quanto è vero mi ha fatto svenire durante la descrizione della fustigazione di una schiava da parte del suo padrone, e mi diletto nella fotografia. La passione c'è, è la tecnica che manca! Poco meno di un anno fa ho acquistato, grazie all'aiuto dei mie genitori, una Nikon D5100 - gran macchina, ma non chiedetemi nulla di tecnico su di essa. A volte mi stupisco da sola su come riesca a fare delle discrete fotografie pur non conoscendo nulla del suo funzionamento. 
Ah, quasi dimenticavo. Ogni tanto mi prende il pallino della scrittura. Più che una passione a volte è una necessità. Avete in mente quando avete talmente tanti pensieri in testa e non riuscite a dare una priorità a nessuno di essi? Ecco.. quando mi accede, IO SCRIVO.
Buona lettura...

Sulle note dei ricordi
Mi accesi una sigaretta. Dalla stanza accanto sentivo le note malinconiche di “Wonderful Tonight” di Eric Clapton. Una canzone semplice, apparentemente banale I say my darling, you were wonderful tonight,
Oh my darling, you were wonderful tonight –  ma che ha fatto sognare e ballare milioni d’ innamorati. Sognare, sperare, immedesimarsi protagonisti di film immaginari è la nostra linfa, anche se la maggior parte delle volte i nostri film non si realizzano mai, o al massimo, si fermano al trailer.                                                                                                                                                   E’ una sera d’inverno, non ricordo se è il 15 o 16 dicembre: sono tre giorni che non esco di casa. Fuori scende una neve compatta, che si depone prepotente a terra, come se volesse cancellare ogni traccia del passato. Un passato che, forse, non è mai esistito. Immagino di tuffarmici dentro con un salto carpiato da far invidia ad una sportiva professionista. Un salto carpiato, una sportiva, io? Manca solo il caminetto acceso, qualche candela e l’atmosfera sarebbe perfetta per una serata a due. Nel pomeriggio ho persino cucinato i biscotti, e in tutta casa regna un vero profumo di famiglia. Ma lui non c’è. Mi dirigo a stento verso la cucina continuando a fissare i fiocchi cadere. Provo a seguirne la traiettoria, sbarrando gli occhi e cercando di non sbattere le palpebre per non perdermi nemmeno un istante del loro viaggio, ma non ci riesco. Mi intristisco un po’. Ho sempre amato il caldo, riconosco però che un raggio di sole non potrà mai creare l’atmosfera surreale di un’abbondante nevicata. Scrutando l’orizzonte intravedo un piccolo animale, forse una volpe, sgambettare in quella bianca distesa disarmante. La mente vola ai Belle and Sebastian con la loro “Fox In The Snow”: faccio mente locale su dove avrò il loro disco, l’ordine non è mai stato il mio forte. Mi rassegno. La intono mentalmente. Guardando quella bestiolina costretta a dei salti disumani per non sprofondare nella neve inizialmente provo pena per lei, quasi tenerezza, ma poi un sentimento di rabbia ed invidia mi invade. Sale involontariamente dentro me come il rossore causato dall’imbarazzo. La sigaretta è finita. Mi allungo per spegnerla nel posacenere a fianco alla stufa. L’atmosfera attorno a me improvvisamente si tinge di nostalgia grazie a Tracy Chapman, una delle più intense e raffinate cantautrici afroamericane viventi: adoro la sua musica. Programmi per la serata non ne ho: la solitudine non ha mai rappresentato un problema per me, ma da quel giorno era diventata una trappola senza via d’uscita, degna di essere paragonata al Labirinto fatto costruire dal Re Minosse sull'Isola di Creta, per imprigionare il tanto temuto Minotauro. Abituata a pianificarmi la vita, abituata a non avere un momento libero per me passai, nel giro di pochi giorni, o forse chissà, anni, da delle giornate occupate a delle giornate da occupare. Questo creava in me un senso d’angoscia e d’inquietudine. Il vecchio orologio a pendolo di mia nonna segnava le 22.00, ma chissà se era giusto. Mi blocco. Eccolo, il ricordo che credevo d’aver perso: io e lui, il mio lui, abbracciati in quel divano scomodissimo a progettare la nostra prossima vacanza. Lui aveva quello che a me mancava, aveva la forza di spronarmi a viaggiare, a vivere. Stavamo talmente bene insieme che a volte dimenticavo che la vita, il futuro lo dobbiamo progettare da soli. Puoi incontrare delle persone che casualmente vanno nella tua stessa direzione e agevolarti così quel tratto di strada, grazie a loro puoi conoscere posti che nemmeno immaginavi, ed emozioni di cui non conoscevi l’esistenza, ma non bisogna mai contare troppo sulla loro presenza. Le diramazioni, gli incroci sono troppi per delle persone con dei sogni. Sono passati all’incirca due anni da quel maledetto giorno. I ricordi non sono ancora nitidi, la dinamica di quell’incidente mi è ancora oscura. Ricordo perfettamente però le parole che utilizzò mia madre per raccontarmi l’accaduto: lo scontro è stato tremendo, il conducente del TIR si è preso tutta la colpa, nemmeno lui sa come sia potuto succedere. Sei stata una settimana in coma, ho avuto così tanta paura sai, ora grazie a Dio ti sei svegliata – incredula di quello che mi stava dicendo, cercavo di ricomporre quei pochi tasselli che avevo a disposizione - leggevo nei suoi occhi lucidi però che non era tutto. Era riuscita a pronunciare quelle parole cosi dolorose, ma tremendamente reali. Ma a me non bastava, volevo sapere tutto, tutto. Improvvisamente un pensiero mi balenò nella mente: lui. Ero talmente concentrata a vivere di lui, a vivere per lui che prima di chiederle qualsiasi altra cosa sulle mie condizioni fisiche volevo sapere perche il mio lui non era li a rincuorarmi, a stringermi la mano, a darmi forza. Mia madre mi guardò come solo una madre sa fare, chinò il capo per evitare il mio sguardo speranzoso, e mi diede la notizia peggiore che mi potesse dare. Il mondo mi crollò addosso. Non mi sentii abbandonata, ne tantomeno arrabbiata per l’accaduto, semplicemente smisi di reagire a tutto. Avevamo ancora così tanti sogni da realizzare. Il nostro tratto di strada insieme non può essere stato così breve. Il pendolo ora segnava le 23.30, come al solito mi ero persa nei ricordi. Da piccola mi piaceva paragonare i ricordi ai calzini. Nella mia cameretta avevo una cassetta dove li tenevo tutti ammassati, l’uno accanto all’altro. Inevitabilmente però, finivo con il prendere sempre gli stessi: i più morbidi erano più pratici da prendere, quelli vecchi invece si nascondevano sempre, e per prenderli dovevo mettere da parte gli altri. Così con i ricordi: sono tutti vicini, ma preferiamo sempre prendere i primi, quelli più belli, lasciando i più dolorosi o scomodi  in fondo al cassetto. Qualche lacrima mi riga il volto. Forse era il caso di andare a letto. Quel letto cosi enorme senza di lui. Spingendo a fatica la sedia a rotelle andai nell’altra stanza. Spensi lo stereo, non prima però di aver aspettato la fine di “My Best Was Never Good Enough” di Bruce Springsteen: la nostra canzone. Quelle note, solo quelle note riuscivano a farmi abbandonare ancora a lui. Lo sentivo: non era solo un ricordo. Stava ballando con me.